Monica Ghezzi ci porta lungo la Strada degli Scrittori tra Agrigento, Porto Empedocle e Racalmuto, nei luoghi di Pirandello, Sciascia e Camilleri. Un viaggio tra letteratura, memoria e rigenerazione urbana, dalle storie degli abitanti alla Valle dei Templi, cuore simbolico di un territorio senza tempo.
Tutte le Chiocciole di Osterie d’Italia 2026, regione per regione
17/10/2025
La trentaseiesima edizione della guida simbolo di Slow Food Editore arriva nelle librerie e sullo shop online.
Racconta la ricchezza e la diversità delle cucine regionali italiane a un prezzo accessibile, nei locali consigliati e recensiti da oltre 250 collaboratori e dalla rete nazionale di Slow Food.
Di seguito tutte le osterie premiate con la Chiocciola, il massimo riconoscimento, assegnato ai locali che si distinguono in modo particolare per l’ambiente, la cucina, l’accoglienza in sintonia con Slow Food.
Valle d’Aosta | 1 Chiocciola
Al Maniero – Issogne (AO)
Piemonte | 29 Chiocciole
Osteria dell’Arco – Alba (CN)
’L Bunet – Bergolo (CN)
Locanda dell’Olmo Bosco Marengo (AL)
Battaglino – Bra (CN)
Boccondivino – Bra (CN)
Fuorimano – Busca (CN)
Reis Cibo Libero di Montagna Busca (CN)
Il Moro – Capriata d’Orba (AL)
Cacciatori – Cartosio (AL)
Madonna della Neve – Cessole (AT)
La Torre – Cherasco (CN)
Locanda dell’Arco – Cissone (CN)
La Speranza – Farigliano (CN)
Locanda Fontanazza La Morra (CN)
Lou Pitavin – Marmora (CN)
Repubblica di Perno Monforte d’Alba (CN)
Belvedere Roero Monteu Roero (CN)
Cantina dei Cacciatori Monteu Roero (CN)
Da Vittorio – Nucetto (CN)
Corona di Ferro – Saluzzo (CN)
Osteria della Pace – Sambuco (CN)
Del Belbo da Bardon San Marzano Oliveto (AT)
La Coccinella Serravalle Langhe (CN)
Impero – Sizzano (NO)
Antiche Sere – Torino
Consorzio – Torino
Scannabue – Torino
Osteria dell’Unione – Treiso (CN)
Locanda del Falco – Valdieri (CN)
Liguria | 9 Chiocciole
Cian de Bià – Badalucco (IM)
Mse Tutta – Calizzano (SV)
Caccia C’a Bugge Campo Ligure (GE)
A Viassa – Dolceacqua (IM)
Raieü – Lavagna (GE)
Ligagin – Lumarzo (GE)
Baccicin du Caru – Mele (GE)
La Brinca – Ne (GE)
U Giancu – Rapallo (GE)
Lombardia | 23 Chiocciole
Visconti – Ambivere (BG)
Le Frise – Artogne (BS)
La Piana – Carate Brianza (MB)
Stazione – Castel d’Ario (MN)
Hostaria Viola Castiglione delle Stiviere (MN)
Tamì – Collio (BS)
Finil del Pret – Comezzano-Cizzago (BS)
Ristorobie – Cusio (BG)
Da Sapì – Esine (BS)
Antica Trattoria del Gallo – Gaggiano (MI)
Antica Trattoria Piè del Dos – Gussago (BS)
Trattoria delle Miniere – Lenna (BG)
Al Resù – Lozio (BS)
Sali e Tabacchi – Mandello del Lario (LC)
Trattoria del Nuovo Macello – Milano
Trattoria Masuelli San Marco – Milano
Prato Gaio – Montecalvo Versiggia (PV)
Guallina – Mortara (PV)
Trattoria dell’Alba – Piadena Drizzona (CR)
Osteria del Miglio 2.10 – Pieve San Giacomo (CR)
Polisena l’Altro Agriturismo – Pontida (BG)
Via Vai – Ripalta Cremasca (CR)
Osteria del Campanile – Torrazza Coste (PV)
Trentino Alto Adige | 17 Chiocciole
Maso Palù – Brentonico (TN)
Maso Santa Romina – Canal San Bovo (TN)
Locanda delle Tre Chiavi – Isera (TN)
Boivin – Levico Terme (TN)
Lusernarhof – Luserna (TN)
Osteria Storica Morelli – Pergine Valsugana (TN)
Nerina – Romeno (TN)
Ciasa dò Parè – Soraga (TN)
Kürbishof – Anterivo-Altrei (BZ)
Oberraut – Brunico-Bruneck (BZ)
Drumlerhof – Campo Tures-Sand in Taufers (BZ)
Alter Fausthof – Fiè allo Sciliar-Voels am Schlern (BZ)
Pitzock – Funes-Villnöss (BZ)
Lerchner’s in Runggen – San Lorenzo di Sebato (BZ)
Lamm Mitterwirt – San Martino in Passiria-Sankt Martin in Passeier (BZ)
Ha scelto Agrigento come casa e ha trasformato i sapori del Senegal nella nuova casa dei siciliani. Due motivi sufficienti per non chiamare la sua cucina “etnica”: è sua e basta.
Qui ci prendiamo il nostro tempo, ci educhiamo, ci curiamo, ci parliamo, ci assicuriamo che l’altro stia bene, o ci confidiamo se siamo noi a stare male. Eppure non mastichiamo quasi mai. Trituriamo, non assaporiamo. Abbiamo sempre troppa fretta di finire e passare al piatto, o al discorso, dopo. Impegnati a recitare qualche monologo sulle nostre vite. È convinta di questo Mareme Cisse, chef senegalese che ha fatto di Agrigento la sua casa, facendo dei sapori del Senegal la nuova casa dei siciliani. Da quando nel 2004 ha lasciato il suo Paese d’origine per seguire un amore che non la meritava, Mareme ha perseguito la cultura della lentezza in un Paese dove di lenta ormai non c’è più nemmeno la cottura.
“Il cibo è umanità”, non c’è niente di ingenuo in questa frase, checché ne pensi chi si è disabituato alla condivisione. Non (solo) dei piatti ma delle culture. “Il cibo è un atto politico”, e in questa frase risuonano tutte le vite dei migranti che provano a (ri)trovare un posto nel mondo. Ci sono 288 pagine di riscatto, tenacia, futuro che profuma di speranza sotto forma di spezie e ricotta salata in Sogni di zenzero (Slow Food Editore), il libro scritto a quattro mani da Mareme Cisse e la giornalista Lidia Tilotta. Una delle poche — ma che si spera diventino tantissime — storie di emancipazione patriarcale e indipendenza economica femminile, ritmate da ricette fra la Trinacria e l’Africa.
Scritto per sradicare i pregiudizi su un popolo che sradica le proprie radici ogni giorno, alla ricerca di un terreno migliore dove far attecchire le proprie e quelle della propria famiglia, «il libro vuole dimostrare alle donne come me che se vuoi puoi arrivare ovunque. E che la vita può essere difficile, ma devi avere fiducia negli altri per andare avanti. E tutti noi dobbiamo credere in questo, da soli non si va da nessuna parte, se siamo una squadra andiamo ovunque».
Le braccia aperte di Mareme sono contagiose, così tanto da indurre una cooperativa sociale agrigentina a trasformare la tavola della sala da pranzo di casa sua in un ristorante. «Cucino da quando avevo 9 anni, lavoravo nella locanda dei miei zii a Dakar dopo la scuola. Aver imparato un mestiere mi ha salvato quando sono arrivata in Italia a 23 anni con il mio bimbo appena nato. Ero una delle molte donne sposate per corrispondenza che vedono crollare il proprio matrimonio una volta che i chilometri di distanza si azzerano. Sono diventata grande in fretta, funziona così se rimani da sola, per giunta in una città che non conosci. Mi sentivo un seme piccolissimo, nascosto fra la terra, oggi sono un albero, le mie foglie sono forti e verdi» racconta Mareme con un accento tutto suo, un po’ siciliano, un po’ senegalese. Come i piatti che compongono il suo menu. «All’inizio cucinavo per la comunità africana di Agrigento, la mattina lavoravo al mercato e il pomeriggio preparavo la cena. Poi si è sparsa la voce e hanno iniziato a venire anche i siciliani. Anche quelli che dicevano che il cibo africano non è all’altezza della cucina italiana, che era troppo piccante, “strano” o di scarsa qualità. Poi mi ha contattato la cooperativa Al Kharub (che, tra le altre cose, si occupa di inclusione sociale e integrazione professionale per i soggetti fragili nel territorio siciliano, ndr) per darmi l’opportunità di aprire Ginger, il mio ristorante.
«La cucina è una storia, è una biblioteca, tutto può avere una risposta nella cucina. Anche le tisane». Non ha etichette “africana” o “siciliana”, «faccio la cucina di Mareme, con tutte le mie esperienze e mix di culture». Così la ricotta salata vola a Dakar e gli stufati senegalesi si arricchiscono di melanzane fritte e caciocavallo ragusano. «In Senegal non ci sono i carciofi o l’olio d’oliva, le pesche o i tenerumi, questi ingredienti li ho conosciuti qua in Italia, mi hanno aperto un mondo, sono la mia nuova cultura».
La nostalgia di casa (d’origine) però c’è, e ci sarà sempre. E si prova a lenire con un piatto, il Soup Yell a base di piede di vitello, cipollotto e una pioggia di odori e spezie. «Si prepara alle donne prima o dopo il parto, o appena svegli se ci aspetta una giornata pesante, è una dimostrazione di dedizione verso l’altro, anche perché ci vogliono tre ore per cucinarlo».
Oggi Mareme ha 44 anni, un giorno tornerà a Dakar per aprire un ristorante, confida, per raccontare nuove storie — stavolta in dialetto siciliano — e ispirare altre donne come lei. «Se hai riempito il tuo bagaglio viaggiando, a un certo punto devi posare le valigie per terra, e aprire quel bagaglio a casa tua».
Un’osteria non è solo un luogo dove si mangia ad un buon rapporto qualità-prezzo: è soprattutto un avamposto della cultura del cibo tradizionale, delle materie prime, della filiera corta (almeno, lo è nell’accezione di Slow Food)
Le Osterie Slow Food compiono 35 anni: almeno, li compie la Guida che dal 1990 recensisce le migliori Osterie d’Italia. Non solo le più buone, non solo le più veraci, ma soprattutto quelle che da sempre seguono i principi dell’associazione del cibo Buono, Pulito e Giusto fondata da Carlin Petrini. Piccole realtà familiari che per tradizione si approvvigionano da contadini locali, lavorando sul chilometro zero da prima che si chiamasse così. Ma anche osterie moderne e contemporanee, che hanno imparato quell’approccio alla qualità, al rispetto delle materie prime e dei cicli della natura e lo riportano nel piatto. Cucina territoriale, selezione degli ingredienti e accoglienza genuina: sono questi i parametri che fanno delle Osterie d’Italia di Slow Food dei luoghi che vale la pena visitare. E in effetti, sono sempre di più, tanto che quest’anno i locali segnalati in tutto il Paese arrivano alla ragguardevole cifra di 1917.
Accanto alle osterie, ai ristoranti, alle enoteche con cucina e agli agriturismi, c’è nell’edizione 2025 anche una novità. Quest’anno infatti si è voluta inaugurare una sezione chiamata Locali Quotidiani, che raggruppa tutte quelle tipologie ristorative alternative come pastifici, pub, enoteche e gastronomie le cui caratteristiche – in primis l’attenzione e l’aderenza al territorio, la selezione di materie prime e un particolare stile di accoglienza attento alla convivialità – rientrano a tutti gli effetti nell’idea di osteria così come raccontata da Osterie d’Italia. 134 nuovi indirizzi che vanno quest’anno a sommarsi a tutte le altre novità, facendo lievitare a 460 i nuovi ingressi, a testimonianza di un settore che continua a crescere e rinnovarsi.
Dei 1917 locali segnalati nella guida, sono 324 i locali premiati con il massimo riconoscimento della Chiocciola. Moltissime si trovano in Piemonte, la regione con il maggior numero di osterie segnalate (178), seguita da Campania (172) e Toscana (164).
Prosegue inoltre la segnalazione di quelle realtà gastronomiche regionali uniche raccolte negli inserti, che si individuano facilmente nella Guida grazie alle pagine rosa in cui sono raccolte, al termine di ogni sezione regionale: accanto alle piadinerie romagnole, i fornelli pugliesi, i farinotti liguri e tanti altri, nella trentacinquesima edizione fa il suo ingresso l’inserto delle migliori pizze al padellino a Torino.
«Il futuro è anche qui, in osteria, dove ostesse, osti, cuoche e cuochi e il preziosissimo personale di sala esprimono non solo un’altra idea di ristorazione, ma di mondo», commenta Barbara Nappini, presidente di Slow Food. «Un’idea di mondo in cui si governa il cambiamento nel quotidiano con le scelte su approvvigionamento, stagionalità, filiera corta, su una ricerca in cucina non leziosa, sulle condizioni di lavoro dei collaboratori, sul modo di accogliere e far sentire gli ospiti a casa. Così come anche adottando pratiche che riducono lo spreco, rifiutano l’usa e getta, valorizzano gli scarti e i cibi cosiddetti umili. Scelte che educano a tavola e in cucina. Ci dimostrano orgogliosamente, ogni giorno, che il convivio è bellezza. E dove c’è bellezza si vive meglio».
Ecco dieci osterie, tra tutte quelle raccolte quest’anno da Slow Food, che anche noi ci sentiamo di segnalare in giro per l’Italia.
Reis Cibo Libero di Montagna – Busca (CN)
Il termine Osteria forse non rende esattamente il grande lavoro che sta facendo Juri Chiotti nel suo Reis Cibo Libero di Montagna, un luogo dove ha ritrovato, per sé e per i suoi clienti, il contatto vero con la natura, con i suoi ritmi, con i suoi prodotti, e perfino con una cucina ancestrale fatta di fuoco, legno, pietra. Un’esperienza culturale e (davvero) rivoluzionaria.
Babeuf – Cagliari
Un’osteria di quartiere, moderna nella proposta ma antica nella filosofia: qui si va lentamente, tra letture e cibo, cultura e vini naturali, riflessioni e tè. Per la guida Osterie d’Italia vince il premio Novità dell’anno 2025.
Antica Trattoria del Gallo – Gaggiano (MI)
Una trattoria vecchio stile, rimasta quasi identica a centocinquant’anni fa, quando venne fondata. Da allora, è uno dei rifugi dei Milanesi in gita fuori porta, che qui trovano la cucina della tradizione lombarda: carni, risotti, il pollo alla diavola, la càsoeûla, il cotechino nostrano con le lenticchie.
Ginger People&Food – Agrigento (AG)
Un bel progetto non solo gastronomico: questo ristorantino è infatti portato avanti dalla cooperativa sociale Al Kharub, il cui obiettivo è quello di creare inserimento lavorativo per persone con svantaggio sociale tra cui persone con disabilità, migranti e rifugiati. Anche il concept del menu è bello e originale, e punta alla riscoperta delle radici comuni tra la cucina siciliana e quella africana.
La ciottolona – Boccheggiano (GR)
Duccio Frullani è lo chef che ha preso in mano le redini di questo ristorante di famiglia in un borgo medievale della Maremma toscana: qui si mangia una cucina creativa ma fortemente radicata al territorio, nei prodotti come nell’ispirazione.
Osteria del Castello – Arquata del Tronto (AP)
La storia di come quest’osteria marchigiana si sia rimessa in piedi dopo essere stata gravemente danneggiata nel terremoto del 2016 è solo uno dei motivi che spinge ad andarla a visitare. Gli altri sono prodotti del territorio, pasta fatta in casa e una cucina di tradizione verace e buona.
Scannabue – Torino (TO)
New entry di quest’anno, Scannabue è uno dei ristorantini di cucina piemontese più noti e apprezzati di Torino. Accoglienza perfetta, atmosfera piacevole, un menu che comprende tutti i grandi classici del territorio (perfino alcuni quasi introvabili, come la finanziera) e una carta dei vini memorabile.
Taverna a Santa Chiara – Napoli
Un locale di cucina napoletana vera, quella più povera e contadina, con una grande attenzione ai piccoli produttori locali per il reperimento delle materie prime. Leggendaria la loro Zuppa tradizionale di fagioli e scarole con fagiolo dente di morto, premiata da Osterie d’Italia come piatto dell’anno.
Entrà – Finale Emilia (MO)
Tanto prodotto (i salumi artigianali con la focaccia al forno sono un antipasto imperdibile), tantissima tradizione emiliana, soprattutto nei passatelli e tortellini in brodo di cappone e manzo. Da manuale.
Menabò vino e cucina – Roma
Si definisce una «trattoria popolare» Menabò vino e cucina, e lo è nello spirito con cui affronta le cose ma anche nel modo in cui interloquisce con i suoi fornitori, cercando di rimettere la materia prima al centro. Cucina curata e golosa, e carta vini super interessante.
Gran finale, per la presentazione della Guida delle Osterie d’Italia, con un evento da Eataly a Milano.
Una cena a sei mani con tre cuochi di Osterie d’Italia chiocciolate, organizzata con Slow Food Editore , in particolare con Piccola Osteria Tera ( Sogliano al Rubicone,FC) La Brinca ( Ne, GE) Ginger – people&food ( Agrigento).
Nella patria del risotto, la nostra Mareme Cisse ha proposto propone un Risotto con Vastedda del Belice al basilico e sentore di limone e aglio rosso di Nubia per 110 persone
Anche quest’anno….la Chioccola delle Osterie d’Italia di Slow Food Editore, la Guida gastronomica più venduta in Italia, confermata.
Questo riconoscimento, ottenuto per il terzo anno consecutivo, individua le realtà ristorative che meglio incarnano la filosofia di Slow Food sul territorio
Quest’anno la motivazione riportata in guida dice ” Familiarità, accoglienza e ricerca della qualità in ogni dettaglio rendono Ginger un locale unico“
La presentazione della Guida con la consegna delle chiocciole si è svolta a Milano, nel Piccolo Teatro Streheler, con 1917 locali in Guida di cui 324 chiocciole in tutto il territorio nazionale
Su “essen&trinken”, rivista tedesca di gastronomia, con un reportage sui sapori tradizionali e d’avanguardia nell’agrigentino di Annette Rubesamen e foto di Frank Bauer, si presenta il territorio agrigentino e le sue sfaccettature gastronomiche. Uno spazio è dedicato al concetto della ricchezza e unicità della cucina siciliana, frutto di una costante evoluzione determinata dal confronto e dalla sovrapposizione di culture differenti. Un’ evoluzione che non si è mai fermata e che continua anche oggi, con i saperi di chi arriva da lontano e si stabilisce nell’isola, portando con se un bagaglio di saperi e di sapori.
Il lavoro che stiamo portando avanti con il Progetto “Ginger”, in fondo, rappresenta proprio questo, un viaggio verso una nuova cucina, che si arricchisce di nuovi che guarda alla tradizione e con i piedi ben piantati nel territorio
Confermata anche la Chiocciola nella prestigiosa Guida di Slow Food Editore
La Chiocciola confermata da Slow Food Editore nella Guida alle Osterie d’Italia 2024 per Ginger – people&food. Ma non possiamo descrivere l’emozione per il premio speciale, inaspettato, per la Migliore Interpretazione della Cucina Regionale. In particolare la motivazione ha riassunto lo spirito del nostro lavoro.
Fin dall’inizio il simbolo da noi adottato per il logo del ristorante, Sankofa, sintetizza la nostra filosofia. “Andare verso il futuro, guardando sempre il nostro passato”. E’ per questo che abbiamo voluto dedicare questo premio alle nostre nonne, le nostre muse, che lunedì mattina erano presenti in spirito con noi al Teatro Elfo Puccini di Milano
Osterie d’Italia 2024: osti e ostesse sono il vero presidio del patrimonio gastronomico del nostro PaeseIn libreria dal 25 ottobre, la trentaquattresima edizione della guida che recensisce più di 1750 locali segnalati per la cucina territoriale, la selezione degli ingredienti e l’accoglienza genuina.Ginger People&Food – Agrigento si è aggiudicato Il premio Miglior Interpretazione della Cucina Regionale, consegnato da *Roberto Calugi*, Direttore Generale FIPE – Confcommercio con la motivazione:
“Una cucina la cui identità si fonda sui giochi di parallelismi, similitudini e comunanze che trascendono confini e culture, risultando in una mescolanza di sapori e popoli di cui, d’altronde, l’identità siciliana ne è esempio da secoli.”
“Il Premio “Miglior interpretazione della Cucina Regionale” che consegniamo oggi rispecchia l’impegno della Federazione nella promozione delle specificità territoriali della ristorazione, che testimoniano al meglio l’autenticità della cucina italiana: una cucina autentica, diretta e in grado di valorizzare sia i prodotti che il territorio”, ha dichiarato *Lino Enrico Stoppani*, Presidente di FIPE-Confcommercio. “FIPE è da sempre attiva nel valorizzare la ricchezza del patrimonio enogastronomico del nostro Paese attraverso diverse iniziative sul territorio mirate a sviluppare le competenze professionali e promuovere la cultura dell’innovazione. In questo senso, la collaborazione con Slow Food rafforza il percorso di consolidamento di un network imprenditoriale finalizzato a diffondere i valori delle tradizioni locali quali diverse espressioni di un’unica cultura, quella italiana”, ha concluso Stoppani.Leggi la nota al link https://bit.ly/3FpGAil
Dal 2011 ad Agrigento la cooperativa sociale Al Kharub costruisce opportunità lavorative per facilitare l’inserimento di persone in condizioni di svantaggio tramite l’apicoltura e la ristorazione. Da un lato la reintroduzione dell’ape nera siciliana, dall’altro il ristorante Ginger-people&food, la sua cuoca magica Mareme Cisse e il cous cous più buono del mondo.
Agrigento – Il carrubo è la tipica pianta del Mediterraneo: è rustica, poco esigente, cresce bene in terreni aridi e poveri e sopporta i climi caldi. Una pianta che unisce molti paesi che nei secoli si sono mescolati influenzandosi a vicenda, facendo dell’integrazione e dell’inclusione la vera arma vincente.
É per questa sua natura così molteplice che la traslitterazione dall’arabo, Al Kharub, è stata scelta come nome della cooperativa agrigentina nata nel 2011 per costruire opportunità lavorative e creare inclusione interattive, puntando sulla realizzazione di produzioni di beni e servizi di qualità come costruttori di ponti. Il nome è la testimonianza del legame tra mondi e culture solo apparentemente distanti, fortemente permeati nelle loro diverse espressioni. E Al Kharub ne è la prova.
«La cooperativa nasce per iniziativa di alcuni riabilitatori – racconta Carmelo Roccaro, presidente di Al Kharub – ambientalisti e giovani rifugiati. Nasce come costola di una cooperativa più grande che si occupa di riabilitazione neurologica in coerenza con il modello ICF, l’International Classification of Disability and Functioning, adottato dall’OMS, che affronta la disabilità non solo da un punto di vista medico,ma anche sociale e ambientale, come effetto della relazione tra lo stato di salute della persona e il contesto in cui questa vive, la presenza di barriere e di facilitatori».
«Da qui – prosegue Carmelo – una cooperativa a inserimento lavorativo anche erogatrice di servizi che possano facilitare l’inserimento di persone in condizioni di svantaggio: disabili psichici, motori e sensoriali, rifugiati e persone sottoposte a regimi di pena che hanno necessità di essere aiutati nell’inserimento».
LE PRIME INIZIATIVE
Per raggiungere questi obiettivi sociali Al Kharub, sin da subito, ha puntato all’agro-alimentare e alla tutela del territorio. Ha così partecipato a un progetto dedicato all’apicoltura all’interno del Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi, APESLOW, per la reintroduzione dell’ape nera locale – l’apis mellifera siciliana – sull’isola. «Non possiamo dire che alleviamo l’ape in purezza perché è un lavoro estremamente complesso, ma speriamo di riuscirci un giorno», commenta Carmelo.
L’ape nera è stata soppiantata dall’apis mellifera ligustica, importata negli anni ‘70 e conosciuta anche come “ape italiana”, per le sue presunte capacità produttive e per la poca disponibilità dell’ape nera nel territorio siciliano, allevata ancora in modo tradizionale. Alcune delle poche famiglie di apis mellifera siciliana rimaste – nonostante la specie fosse adattata perfettamente alle diverse condizioni climatiche dell’isola tanto da riuscire a fare miele invernale come quello con i fiori di nespolo e carrubo – sono state portate nelle isole più piccole, Ustica, Eolie e Pelagie, per isolarle da altre sottospecie ed evitarne l’ibridazione.
La nostra cooperativa è la dimostrazione che situazioni di fragilità riescono a generare risultati incredibili
Oggi nel Giardino della Kolymbetra, all’interno del Parco Archeologico della Valle dei Templi, la cooperativa ha realizzato un piccolo alveare che non solo contribuisce alla salvaguardia della specie, ma permette anche di ricevere gli innumerevoli benefici che offre questo prezioso animale, tra cuil’impollinazione degli agrumi presenti. Intanto attraverso il marchio Diodoros il Parco Archeologico ha iniziato a produrre miele da ape nera grazie anche all’inserimento lavorativo di persone con svantaggio sociale della cooperativa sociale Al Kharub.
DALLE API ALLA RISTORAZIONE
Nel 2014, grazie all’apporto di nuovi soci migranti presenti nel territorio, Al Kharub ha anche avviato un’attività di ristorazione, all’inizio solo take away, che ha permesso di contrattualizzare tre soci lavoratori, tutti appartenenti a fasce critiche, tra cui due persone con disabilità. La chef, Mareme Cisse è riuscita a creare una magica fusione tra le ricette del Senegal e quelle delle nonne agrigentine. Un esempio di integrazione tra arancini, cous cous, brik tunisini ripieni di caponata e baccalà in insalata senegalese.
Mareme ha anche vinto il Festival Internazionale di Cous Cous di San Vito Lo Capo nel 2019. Il ristorante Ginger-people&food è ormai diventato l’attività principale di Al Kharub. Un nome che richiama la bevanda tradizionale senegalese, ma anche e soprattutto l’importanza che la cooperativa dà alle persone prima ancora che al cibo.
«Il cous cous è il nostro piatto principale, la nostra punta di diamante, preparato in maniera tradizionale, cotto a vapore, lavorato a mano. Un cibo migrante diventato ormai una pietanza tradizionale nella zona di Trapani. Non molti sanno che nella seconda metà dell’800 parecchi pescatori siciliani emigravano in Tunisia per lavorare. Marsala, Trapani e San Vito Lo Capo sono le località che hanno avuto maggiori scambi con l’Africa, tanto da trasformare un piatto “straniero” in uno tradizionale», ricorda Carmelo.
Una pagina di storia che dovrebbe essere ricordata da chi oggi considera stranieri tutti coloro che si spostano alla ricerca di una vita migliore, proprio come hanno fatto molti dei nostri avi in un passato neanche troppo lontano. La bravura di Mareme e la bontà della sua cucina hanno avuto tanti riconoscimenti. Da qualche anno Ginger-people&food fa parte della guida alle osterie d’Italia Slow food e nel 2023 ha ricevuto la chiocciola, il riconoscimento dato alle migliori osterie all’interno della guida. Mentre Mareme è diventata membro dell’alleanza dei cuochi.
«Una cuoca che porta avanti un’idea di cucina che va nel senso dell’integrazione. Da sempre, del resto, la cucina è frutto della contaminazione e degli incontri con altre culture. La cucina siciliana in questo è emblematica. Noi partiamo molto dal territorio, dai prodotti locali, dalla stagionalità e condividiamo le ricette modificandole. L’utilizzo delle spezie fa la differenza, una contaminazione a 360 gradi. Difficilmente si ammette che ci possono essere dei cuochi dal Sud del mondo capaci di proporre una cucina di qualità e farsi pagare il giusto prezzo. Noi l’abbiamo e il nostro cous cous vengono a mangiarlo da tutte le parti della Sicilia e non solo», continua Carmelo.
YOUTH & FOOD E IL LABORATORIO DI FALEGNAMERIA
Le attività realizzate da Al Kharub dimostrano come attraverso le fragilità si può davvero fare qualcosa di qualitativamente importante. La vera risorsa e il miglior ingrediente è la biodiversità umana e culturala. E a proposito di biodiversità… vengono dal Benin, dal Mali, dal Pakistan, dal Senegal e dal Maghreb, hanno tra i 17 e i 19 anni e il bagaglio pesante di chi ne ha già viste tante e la luce di chi comunque ancora crede di avere una chance di realizzare il proprio sogno attraverso il cibo, imparando un mestiere, inserendosi in una nuova comunità.
Sono i giovani che partecipano alpercorso di inclusione sociale, lavorativa e abitativa previsto dal progetto Youth & Food – Il cibo veicolo di inclusione, selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, messo a punto da Slow Food. Il progetto si svolge nell’arco di tre anni e coinvolgerà in tutto 60 minori stranieri non accompagnati nelle città di Agrigento e Torino, proprio grazie al lavoro della cooperativa sociale Al Kharub.
E sempre ad Agrigento – a Villaseta, uno dei quartieri più difficili – la cooperativa ha avviato anche un laboratorio di falegnameria per la costruzione e la manutenzione di arnie, telaini, cassetti e quanto serve per l’apicoltura. «Veniamo da un periodo difficile, ma adesso stiamo cercando di ripartire, riequilibrare tutto e proiettarci verso un incremento dell’attività di ristorazione. L’idea è aprire ulteriori punti in altre città, ormai il nostro brand è conosciuto e riconosciuto. Siamo orgogliosi di quello che facciamo, ma è dura».
«Ci interroghiamo quotidianamente come andare avanti. Non puntiamo ad un profitto generato dalla compassione, ma dalla qualità. La nostra cooperativa è la dimostrazione che situazioni di fragilità riescono a generare risultati incredibili. Alle persone occorre dare delle chance, degli esempi, dire che le alternative esistono, sempre, solo così possiamo migliorare come umanità» conclude Carmelo Roccaro.
Dallla collaborazione con il FAI – Giardino della Kolymbethra nasce, tra gli altri, un progetto per la valorizzazione del nostro territorio e delle nostre biodiversità con gli agrumi del giardino, da oggi in carta per tutti i clienti del nostro ristorante.
Attraverso un QRcode sarà possibile visitare il sito web del bene FAI e potere scoprire le antiche varietà vegetali immerse in uno splendido paesaggio. (https://fondoambiente.it/luoghi/giardino-della-kolymbethra)
Questa cena avrà come tema proprio gli Agrumi della Kolymbethra, con un menù dedicato e preparato con le mani della nostra Mareme Cisse
Per info e prenotazioni tel. 0922596151
Intervengono Federica Salvo, Responsabile e Giuseppe Lo Pilato, agronomo paesdaggista del FAI-Giardino della Kolymbethra