Ginger Food&people è l’osteria di Mareme Cisse aperto nel 2016 nella cittadina siciliana. La sua storia decennale è raccontata anche in un libro
di Luca Martinotti, Cibo Today del 23 maggio 2026
Vi è mai capitato di guardare un’immagine del passato e, allo stesso tempo, percepire una gran voglia di futuro? Succede, a volte, riguardandosi bambini negli album di famiglia. La chiamano nostalgia proiettiva ed è un processo psicologico che può addirittura aiutare a definire l’identità dell’oggi, lasciandoci un piacevole presentimento per il domani.
Dal passato al presente in cucina
La fusione tra memoria e proiezione è sempre più presente anche in cucina, dove dall’unione di pratiche e gusti tradizionali può nascere una prospettiva innovativa, sia a livello gastronomico che culturale. Ginger food&people ne è un esempio lampante. Un’osteria – premiata con il simbolo della Chiocciola dalla guida Osterie d’Italia di Slow Food – che stravolge, rielabora ed evolve il concetto di cucina e di casa, per poi unirli in maniera indissolubile. Il tutto affacciandosi su uno dei siti Unesco più suggestivi del mondo: la Valle dei Templi.
Cucinare come cura per la nostalgia

Mareme Cisse, madre di quattro figli, è una cuoca senegalese arrivata ad Agrigento nel 2004. Nel processo di integrazione in un Paese così lontano e differente dal suo, il cibo ha avuto e ha un ruolo da protagonista. Nei primi mesi, cucinare e fare la spesa erano le uniche occupazioni che riempivano le sue giornate. Ma i fornelli erano anche un rifugio dove mantenere stretto il legame con la propria terra d’origine e lenire così, con gusto e ricordi, la nostalgia. “Per noi senegalesi il cibo è essenziale. La nostra è una cucina ricca e piena di sapori differenti. La terra e il mare ci forniscono tanti ingredienti e noi sappiamo che è importante dare loro il giusto peso. Sprecare ciò che la natura ci dà lo consideriamo un peccato imperdonabile”. Anche sprecare il proprio talento è un grande peccato. Ma per mettere a frutto le proprie capacità in cucina, Mareme necessitava di imparare l’italiano e iniziare a confrontarsi con la nuova realtà anche al di fuori delle mura domestiche.
Chi è Mareme Cisse, dal Senegal in Italia

La storia di Mareme – raccontata magistralmente da Lidia Tilotta nel libro Sogni di zenzero (Slow Food Editore, 2025) – è ricca di colpi di scena. La ricerca di indipendenza l’ha portata ben presto a confrontarsi con l’abbandono del marito e, quindi, con la disperazione unita a una gran voglia di rivalsa. Per mantenere da sola quattro figli in un Paese che non sentiva suo, Mareme si è anche trovata a fare quattro lavori contemporaneamente. Ma poi la svolta. Una serie di fortunate conoscenze la porta ad incontrare Carmelo Roccaro della cooperativa Al Kharub. Fisioterapista di professione, Carmelo è una di quelle persone che, in maniera umile e senza badare troppo a sguardi giudicanti, ama aiutare gli altri. Accortosi della straordinaria vena culinaria, Carmelo chiese a Mareme di cucinare per una serata benefica della Condotta Slow Food Agrigento. E da quel momento, quasi per una naturale inerzia, Mareme non solo trovò una nuova comunità in cui essere accolta e supportata, ma iniziò a sentirsi libera di condividere il proprio sogno: un ristorante tutto suo.
Una cucina di contaminazione ad Agrigento

“Mi stavano dando piena fiducia. E non era affatto scontato. Agrigento non era una metropoli abituata ad avere un’offerta così ampia e multiculturale. La mia non era una cucina semplice. E poi sarei stata la prima donna chef straniera e nera a guidare un ristorante” spiega a CiboToday. Non solo un locale, ma un luogo di incontro tra persone e culture. Più che una cucina etnica, Ginger people&food è il frutto di una contaminazione tra sapori e preparazioni: Senegal, Italia, ma pure Francia data l’influenza, anche culinaria, sulla sua ex colonia. Il racconto che sta dietro a ogni singolo piatto, ogni singola materia prima, rende Ginger un’osteria più che contemporanea, quasi avveniristica e vocata alla riscoperta di radici comuni.
La nascita del ristorante Ginger people&food

Racconta Mareme nel libro: “Ginger è il mio quinto figlio. È il luogo in cui ho investito tutta la mia forza, le mie energie, la mia voglia di riscatto. È stato concepito, mai termine fu più azzeccato, nel 2014. Seduti sugli scalini del Lingotto a Torino, io e Carmelo decidemmo lì che il nostro ristorante sarebbe nato. Eravamo a Terra Madre, era la prima volta che ci andavo. Imparai a conoscere prodotti che oggi per me sono fondamentali, come l’olio extravergine di oliva. Mi immersi nei profumi dei formaggi e capii in quel preciso istante che cosa doveva essere la contaminazione che volevo portare nei miei piatti. Mi colpì soprattutto la fierezza di chi lì raccontava, la propria cultura e il proprio sapere”. Inaugurato nel 2016, alla presenza dell’Arcivescovo e dell’Imam di Agrigento, e catturando l’attenzione della comunità girgentana, senegalese, maghrebina e altre ancora, Ginger ha iniziato così a conquistare i palati di tutti.
Cucina senegalese, siciliana e francese in una sola tavola

In un menu a rotazione mensile, difficilmente possono mancare i cous cous: vegetariano, di mare o di Touba (con agnello prugne secche e mandorle). E poi piatti capaci di sprigionare la veracità siciliana e i colori speziati senegalesi. È il caso della pasta fresca con le sarde, curcuma, finocchietto selvatico e mandorle; del calamaro di Astou, ripieno di cous cous saporito in salsa di pomodoro buttiglieddru (Presidio Slow Food); del polpo Iohos o delle più classiche busiate con tenerumi e ricotta salata. Per non dimenticare le madeleine, dolci testimoni sia della contaminazione francese sia di un ricordo proustiano sempre ben presente in questa cucina. Ma la vera firma del locale è qualcosa che non ti aspetti. Ginger prende il nome da una bevanda – a base di succo d’ananas, limone e zenzero – che in Senegal simboleggia la festa, la comunità, i momenti di vera gioia. Un solo sorso prima del pasto è il modo migliore per iniziare questo viaggio gustativo.
Ancora, una grande cucina di meticciato

Oggi, Mareme siede nel consiglio di amministrazione della cooperativa Al Kharub e aiuta lei stessa ad avviare al lavoro ragazze e ragazzi in difficoltà. E nel tempo libero organizza anche corsi per far conoscere ancora da più vicino la cucina senegalese. Una donna che, attraverso il cibo e per mezzo dei ricordi d’infanzia e della storia dell’isola che l’ha accolta, ha saputo trasformare lo spettro della discriminazione in visione costruttiva e positiva del domani. Tutto questo rappresenta di per sé una grande innovazione e, simultaneamente, la più concreta tradizione. La cucina italiana, di fatto, è sempre stata figlia di un ingente e continuo flusso di meticciato. Il suo ingresso tra i patrimoni immateriali dell’Unesco è, a tutti gli effetti, un riconoscimento a quella diversità di culture che nel tempo hanno composto – attraverso immigrazioni, emigrazioni, scambi commerciali o sana invettiva – una delle gastronomie più complesse e ricche del mondo. Va dunque dato merito a tutte quelle storie di vita che, proprio come in una ricetta, sanno mescolare la tradizione con la contemporaneità, facendo dissolvere ogni linea di demarcazione e definendo un’unica traiettoria di speranza per un futuro migliore.
Questo articolo fa parte della collaborazione tra Slow Food Italia e CiboToday. La rubrica, firmata da Luca Martinotti, vicepresidente di Slow Food Italia, propone un viaggio nella nostra penisola alla scoperta di contadini, osti, casari, artigiani che contribuiscono a far vivere cibi, tradizioni, paesaggi, con la loro cura, il loro savoir faire e la loro passione.
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La storia della chef Mareme Cisse e del suo ristorante Ginger Food&people ad Agrigento
https://www.cibotoday.it/storie/mareme-cisse-ristorante-ginger-food-people-agrigento.html
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