La Cucina del Dialogo :Mareme Cisse e Lidia Tilotta ospiti a Geo, su RAI 3, con Barbara Nappini, Presidente Slow Food Italia

Puntata del 28 aprile 2026

Momento speciale quello della nostra cucina. un racconto di viaggio, di incontro, di cucine migranti fra Sicilia e Senegal. Sono state con noi MAREME CISSE, cuoca senegalese dell’Alleanza Slow Food e LIDIA TILOTTA, scrittrice e giornalista.La cucina italiana è fatta di tradizioni ma anche di incontri, migrazioni e dialogo. Con BARBARA NAPPINI, Presidente di Slow Food Italia, abbiamo voluto ricordare come che il vero ingrediente segreto sia l’apertura al mondo

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 683152431_1321471233413349_566497857857835732_n-1024x574.jpg

FINOCCHIO CARAMELLATO CON CREMA DI RICOTTA

Per 4 persone2 finocchi medi2 spicchi di aglio500 g ricotta di pecora60 g filetti di alici sott’olio1 limone100 ml panna da cucina100 g burro50 ml aceto balsamico2 cucchiai di salsa di soia1 cucchiaio di zucchero di canna qb sale, pepe Procedimento

Lavate i finocchi, rimuovere le parti più dure e tagliateli a metà. Mettete in una padella il burro, l’aglio, i filetti di alici, la salsa di soia, salate, pepate e fate andare a fiamma dolce, finchè le alici saranno sciolte. Prendete una teglia, disponete i finocchi a pancia in giù, versateci sopra la salsa ottenuta e cuocete in forno statico preriscaldato a 170 gradi per circa 20 minuti. Nel frattempo, mettete la ricotta in una ciotola, unite la panna, un pizzico di sale, uno di pepe e montate con la frusta fino ad ottenere un composto omogeneo. Distribuite la crema alla ricotta nel piatto, disponetevi sopra i finocchi con la parte interna rivota verso l’alto e servite.

CARCIOFO RIPIENO DI COUS COUS E FONDUTA DI VASTEDDA DEL BELICE

Per 4 persone200 g cous cous 4 carciofi di Niscemi½ cipolla media1 mazzetto di finocchio selvatico3 limoni20 g farina di grano tenero150 g vastedda del Belice250 ml latte30 ml olio evoqb noce moscata, sale, pepe

ProcedimentoPulite i carciofi, togliendo tre giri delle bratee, dopodichè scavate l’interno e rimuovete la barba. Pelate la parte esterna del gambo, poi passate un limone su tutta la superficie. Riempite di acqua fredda una casseruola, aggiungete metà della farina, una presa di sale, il succo di limone e portate sul fuoco. A bollore immergere i carciofi e fateli cuocere per 15’. Nel frattempo, sbucciate e tagliate a brunoise l’aglio e la cipolla e fateli appassire in padella con un filo di olio a fiamma dolce. Sciacquare e asciugare il finocchietto, tritatelo e unitelo in padella, aggiustare di sale e pepe e proseguite la cottura per qualche minuto. Spegnete il fuoco, aggiungete il cous cous, unite i gambi dei carciofi, che avete separato dai cuori e tagliato a brunoise, e mescolate per amalgamare tutti gli ingredienti. Riempite i cuori dei carciofi con il cous cous, avvolgete ciascuno di essi nella carta forno e cuoceteli a vapore per una decina di minuti. Nel mentre dedicatevi alla fonduta. Versate in una casseruola il latte con il resto della farina e cuocete a fuoco lento, mescolando in modo costante con una frusta. Quando il composto avrà cominciato ad addensarsi aggiungete il formaggio e rimestate ancora fino ad ottenere una crema liscia e omogenea. Prima di togliere la fonduta dal fuoco, insaporitela con sale, pepe e noce moscata. Sistemate i carciofi nei piatti, completate con qualche cucchiaiata di fonduta e servite.

Una cuoca senegalese col suo ristorante ha portato un’inaspettata cucina di contaminazione ad Agrigento

Ginger Food&people è l’osteria di Mareme Cisse aperto nel 2016 nella cittadina siciliana. La sua storia decennale è raccontata anche in un libro

di Luca Martinotti, Cibo Today del 23 maggio 2026

Vi è mai capitato di guardare un’immagine del passato e, allo stesso tempo, percepire una gran voglia di futuro? Succede, a volte, riguardandosi bambini negli album di famiglia. La chiamano nostalgia proiettiva ed è un processo psicologico che può addirittura aiutare a definire l’identità dell’oggi, lasciandoci un piacevole presentimento per il domani.

Dal passato al presente in cucina

La fusione tra memoria e proiezione è sempre più presente anche in cucina, dove dall’unione di pratiche e gusti tradizionali può nascere una prospettiva innovativa, sia a livello gastronomico che culturale. Ginger food&people ne è un esempio lampante. Un’osteria – premiata con il simbolo della Chiocciola dalla guida Osterie d’Italia di Slow Food – che stravolge, rielabora ed evolve il concetto di cucina e di casa, per poi unirli in maniera indissolubile. Il tutto affacciandosi su uno dei siti Unesco più suggestivi del mondo: la Valle dei Templi.

Cucinare come cura per la nostalgia

Il cous cous di Mareme Cisse ph. Vincenzo Aluia
Il cous cous di Mareme Cisse ph. Vincenzo Aluia

Mareme Cisse, madre di quattro figli, è una cuoca senegalese arrivata ad Agrigento nel 2004. Nel processo di integrazione in un Paese così lontano e differente dal suo, il cibo ha avuto e ha un ruolo da protagonista. Nei primi mesi, cucinare e fare la spesa erano le uniche occupazioni che riempivano le sue giornate. Ma i fornelli erano anche un rifugio dove mantenere stretto il legame con la propria terra d’origine e lenire così, con gusto e ricordi, la nostalgia. “Per noi senegalesi il cibo è essenziale. La nostra è una cucina ricca e piena di sapori differenti. La terra e il mare ci forniscono tanti ingredienti e noi sappiamo che è importante dare loro il giusto peso. Sprecare ciò che la natura ci dà lo consideriamo un peccato imperdonabile”. Anche sprecare il proprio talento è un grande peccato. Ma per mettere a frutto le proprie capacità in cucina, Mareme necessitava di imparare l’italiano e iniziare a confrontarsi con la nuova realtà anche al di fuori delle mura domestiche.

Chi è Mareme Cisse, dal Senegal in Italia

Interno del ristorante ad Agrigento ph. Vincenzo Aluia
Interno del ristorante ad Agrigento ph. Vincenzo Aluia

La storia di Mareme – raccontata magistralmente da Lidia Tilotta nel libro Sogni di zenzero (Slow Food Editore, 2025) – è ricca di colpi di scena. La ricerca di indipendenza l’ha portata ben presto a confrontarsi con l’abbandono del marito e, quindi, con la disperazione unita a una gran voglia di rivalsa. Per mantenere da sola quattro figli in un Paese che non sentiva suo, Mareme si è anche trovata a fare quattro lavori contemporaneamente. Ma poi la svolta. Una serie di fortunate conoscenze la porta ad incontrare Carmelo Roccaro della cooperativa Al Kharub. Fisioterapista di professione, Carmelo è una di quelle persone che, in maniera umile e senza badare troppo a sguardi giudicanti, ama aiutare gli altri. Accortosi della straordinaria vena culinaria, Carmelo chiese a Mareme di cucinare per una serata benefica della Condotta Slow Food Agrigento. E da quel momento, quasi per una naturale inerzia, Mareme non solo trovò una nuova comunità in cui essere accolta e supportata, ma iniziò a sentirsi libera di condividere il proprio sogno: un ristorante tutto suo.

Una cucina di contaminazione ad Agrigento

Mareme Cisse e Carmelo Roccaro ph. Vincenzo Aluia
Mareme Cisse e Carmelo Roccaro ph. Vincenzo Aluia

Mi stavano dando piena fiducia. E non era affatto scontato. Agrigento non era una metropoli abituata ad avere un’offerta così ampia e multiculturale. La mia non era una cucina semplice. E poi sarei stata la prima donna chef straniera e nera a guidare un ristorante” spiega a CiboToday. Non solo un locale, ma un luogo di incontro tra persone e culture. Più che una cucina etnica, Ginger people&food è il frutto di una contaminazione tra sapori e preparazioni: Senegal, Italia, ma pure Francia data l’influenza, anche culinaria, sulla sua ex colonia. Il racconto che sta dietro a ogni singolo piatto, ogni singola materia prima, rende Ginger un’osteria più che contemporanea, quasi avveniristica e vocata alla riscoperta di radici comuni.

La nascita del ristorante Ginger people&food

Mareme Cisse e Lidia Tilotta ph. Vincenzo Aluia
Mareme Cisse e Lidia Tilotta ph. Vincenzo Aluia

Racconta Mareme nel libro: “Ginger è il mio quinto figlio. È il luogo in cui ho investito tutta la mia forza, le mie energie, la mia voglia di riscatto. È stato concepito, mai termine fu più azzeccato, nel 2014. Seduti sugli scalini del Lingotto a Torino, io e Carmelo decidemmo lì che il nostro ristorante sarebbe nato. Eravamo a Terra Madre, era la prima volta che ci andavo. Imparai a conoscere prodotti che oggi per me sono fondamentali, come l’olio extravergine di oliva. Mi immersi nei profumi dei formaggi e capii in quel preciso istante che cosa doveva essere la contaminazione che volevo portare nei miei piatti. Mi colpì soprattutto la fierezza di chi lì raccontava, la propria cultura e il proprio sapere”. Inaugurato nel 2016, alla presenza dell’Arcivescovo e dell’Imam di Agrigento, e catturando l’attenzione della comunità girgentana, senegalese, maghrebina e altre ancora, Ginger ha iniziato così a conquistare i palati di tutti.

Cucina senegalese, siciliana e francese in una sola tavola

La copertina del libro Sogni di Zenzero
La copertina del libro Sogni di Zenzero

In un menu a rotazione mensile, difficilmente possono mancare i cous cous: vegetariano, di mare o di Touba (con agnello prugne secche e mandorle). E poi piatti capaci di sprigionare la veracità siciliana e i colori speziati senegalesi. È il caso della pasta fresca con le sarde, curcuma, finocchietto selvatico e mandorle; del calamaro di Astou, ripieno di cous cous saporito in salsa di pomodoro buttiglieddru (Presidio Slow Food); del polpo Iohos o delle più classiche busiate con tenerumi e ricotta salata. Per non dimenticare le madeleine, dolci testimoni sia della contaminazione francese sia di un ricordo proustiano sempre ben presente in questa cucina. Ma la vera firma del locale è qualcosa che non ti aspetti. Ginger prende il nome da una bevanda – a base di succo d’ananas, limone e zenzero – che in Senegal simboleggia la festa, la comunità, i momenti di vera gioia. Un solo sorso prima del pasto è il modo migliore per iniziare questo viaggio gustativo.

Ancora, una grande cucina di meticciato

Zenzero e limone per la bevanda Ginger ph. Vincenzo Aluia
Zenzero e limone per la bevanda Ginger ph. Vincenzo Aluia

Oggi, Mareme siede nel consiglio di amministrazione della cooperativa Al Kharub e aiuta lei stessa ad avviare al lavoro ragazze e ragazzi in difficoltà. E nel tempo libero organizza anche corsi per far conoscere ancora da più vicino la cucina senegalese. Una donna che, attraverso il cibo e per mezzo dei ricordi d’infanzia e della storia dell’isola che l’ha accolta, ha saputo trasformare lo spettro della discriminazione in visione costruttiva e positiva del domani. Tutto questo rappresenta di per sé una grande innovazione e, simultaneamente, la più concreta tradizione. La cucina italiana, di fatto, è sempre stata figlia di un ingente e continuo flusso di meticciato. Il suo ingresso tra i patrimoni immateriali dell’Unesco è, a tutti gli effetti, un riconoscimento a quella diversità di culture che nel tempo hanno composto – attraverso immigrazioni, emigrazioni, scambi commerciali o sana invettiva – una delle gastronomie più complesse e ricche del mondo. Va dunque dato merito a tutte quelle storie di vita che, proprio come in una ricetta, sanno mescolare la tradizione con la contemporaneità, facendo dissolvere ogni linea di demarcazione e definendo un’unica traiettoria di speranza per un futuro migliore.

Questo articolo fa parte della collaborazione tra Slow Food Italia e CiboToday. La rubrica, firmata da Luca Martinotti, vicepresidente di Slow Food Italia, propone un viaggio nella nostra penisola alla scoperta di contadini, osti, casari, artigiani che contribuiscono a far vivere cibi, tradizioni, paesaggi, con la loro cura, il loro savoir faire e la loro passione.


La storia della chef Mareme Cisse e del suo ristorante Ginger Food&people ad Agrigento
https://www.cibotoday.it/storie/mareme-cisse-ristorante-ginger-food-people-agrigento.html
© CiboToda